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Racchettoni da spiaggia: peggio di Gengis Khan

Olbia, 2 agosto 2020 – In principio era il tamburello. Poi furono i racchettoni. In molti rivendicano le origini del popolare sport da spiaggia, che nelle sue varianti come il beach-tennis o il brasiliano frescobol, in pochi decenni ha conquistato il pianeta dei bagnasciuga: nemmeno le orde mongole di Gengis Khan poterono tanto. L’estate è anche regno di ritmi, i quali –soffermandoci alla categoria fisica delle onde sonore –  crescono esponenzialmente stando e vivendo maggiormente all’aperto. Lasciamo stare, troppo ovvio, i tormentoni musicali della hit parade ed i penosi, caserecci karaoke, rivolgendoci invece ad alcuni ritmi ordinari nella quotidianità, quali i fuori giri degli enduro che devastano gli abitati con decibel da uragano Katrina; o quello delle serrande dei locali pubblici che puntualmente spaccano il quarto stadio REM (e non solo quello) di sonno nel bel mezzo delle poche ore notturne disponibili al riposo. Oppure ancora quello dei giovinotti il cui sport è lo spaccare fioriere allocate amorevolmente nei centri storici con i quattrini delle nostre tasse (ma piantare i fiori in vasi di plastica ultraresistente no, cos’è, costano meno?). Un ritmo lentissimo, quello degli spaccafioriere, variabile, ma comunque certo: a volte passa un mese per udire il colpo successivo, a volte una settimana, a volte un solo giorno.
Racchettatori da spiaggia a Rimini
Ma non divaghiamo e torniamo sulle spiagge, non di Copacabana o dell’Atlantico francese: infinite, lunghe decine e decine di miglia, a perdita d’occhio,  e larghe un buon miglio. Possono starci centinaia di migliaia di persone, e a reciproca distanza altro che ordinanze Covid, e migliaia di coppie di racchettatori a cento metri l’una dall’altra, e per avere conferma se la lei che si china  a raccogliere la pallina è una niente male dovrai usare il binocolo.  Restiamo invece qui, nelle nostre spiagge sarde da cartolina, strette, corte, incastonate come perle fra le rocce.  Il peccato originale dei progenitori sta anzitutto nell’avidità spregiudicata dei megalodonti dell’edilizia che non si curano certo –complici i proni amministratori galluresi –  del carico antropico che ne sarebbe conseguito col costruire faraonici villaggi-paese da migliaia di turisti residenti part time, i quali dai loro alveari estivi si avventano come vespe incazzate sui cinquanta metri della sottostante spiaggetta. L’unica nel raggio di chilometri. Per computi di spazio del genere, ieri come oggi, computi che un bimbo di quinta elementare farebbe senza usare la calcolatrice, non si sono usati e non si usano gli spettacolari rendering, ma solo i chissenefottenonrompere ed il mantra della parola “svilupppo” (sì con tre “i”). In queste condizioni i decreti delle distanze sul Covid sono diventati esattamente come le “grida” spagnolesche della Milano del XVII secolo: inutili, retoriche, inascoltate, inapplicate. Con queste premesse ormai i turisti –ben vengano – erano e sono sempre troppi anche se sono pochi. Restrizioni Covid o no. Pertanto le regole della civile convivenza –ne consegue – dovrebbero essere rigorosamente applicate, i comportamenti cafoni e molesti puniti più severamente, perché ai turisti (educati) ci teniamo, per molti di noi sono il pane, vogliamo che tornino e non se ne scappino dove i controlli sono autenticamente tali. Non parlo dell’interdistanziamento fra gli ombrelloni, o dal proibire assembramenti e contatti (vallo a dire all’adolescente di non palpeggiare sull’asciugamano la ragazzina appena conosciuta e che ci sta…). Parlo dei fanatici dell’esibizione della parata alla Gigi Buffon sulla sabbia, dei villani della telefonata in diretta alla Maria Defilippi, dei dilettanti da racchettoni che eleggono come campo sportivo il bagnasciuga. È bello per voi tenere i piedi al fresco; ma perché invece non ve ne andate nella palude prosciugata che sta là dietro, dove le auto parcheggiate si arroventano sotto il sole? Eh, si sa, là dietro fa troppo caldo. Meglio dunque sottoporre i vicini prossimi con il vostro toc-toc ossessivo, impedire alle mamme di fare passeggiare i loro bambini sulla riva,  pregiudicare la camminata anticellulite, dovervi chiedere il permesso se solo si volesse fare avanti e indietro sulla riva. O, peggio ancora, infastidire il patito del cruciverba, o i numerosi lettori della Collezione Harmony. Per non parlare di coloro che mentre prendono il sole si sentono colpire il volto da un corpo contundente: la pallina. “Scusi…”. Il silenzio conseguente è solo risposta mentale non enunciabile, ed è un errore starsi zitti, bisognerebbe dirlo, urlarlo a costoro di andarsene, di levarsi dai piedi, di smetterla. Pochissimi, purtroppo, lo fanno.
Cala Sabina (Golfo Aranci), in uno scatto del febbraio 2020 (foto M. A. Amucano)
Insomma, per farla breve sennò divento noioso come un toc-toc, se i decreti “Covid” dello Stato Centrale hanno previsto che i racchettoni possano essere usati in spiaggia (!), è bene che si sappia che esiste invece un’ordinanza della Regione Autonoma Sardegna (Det. N. 683 del 03/04/2020), che al punto “h” determina la proibizione (peraltro non nuova) di qualsiasi attività sportiva ( ad es. calcio o calcetto, tennis da spiaggia, pallavolo, bocce, ecc…) senza previo avvivo di delimitazione degli spazi in modo da evitare danno, molestia alle persone, turbativa alla pubblica quiete ecc. ecc.” Se proprio lo volete -prosegue l’ordinanza – ad almeno 15 metri dal bagnasciuga ve ne dovete andare, così recita l’ordinanza. Chiaro? Regola che, naturalmente, va fatta applicare dai comuni di spettanza. E sta qui il punto. E la (nostra) poca speranza. Rassegniamoci: anche per questa estate dovremo sopportarci il rompimento d(e)i racchettoni, sempre proibiti, ma sempre agitati nelle spiagge sarde spacciate sotto il falso mito della pace e della tranquillità.   
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