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La sospensione dei brevetti per i vaccini può funzionare?

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La proposta degli Stati Uniti di sospendere i brevetti sui vaccini contro il coronavirus per accelerarne la produzione ha raccolto nelle ultime ore numerose reazioni, sia da parte dei governi di altri paesi sia da parte delle aziende farmaceutiche. Il tema sarà discusso in una serie di incontri presso l’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), ma i tempi potrebbero essere lunghi e soprattutto non c’è per ora un consenso sull’opportunità di rimuovere i vincoli sulla proprietà intellettuale dei vaccini.

Chi è a favore della sospensione dei brevetti sostiene che in questo modo altre aziende farmaceutiche, diverse da quelle che hanno sviluppato i vaccini contro il coronavirus, potrebbero avviare a loro volta la produzione consentendo di avere molte più dosi a disposizione e a prezzi più contenuti. I contrari sostengono che la sospensione non risolverebbe il problema della scarsità delle dosi, dovuta soprattutto alla mancanza di materie prime e degli adeguati impianti industriali nei quali produrre in sicurezza i vaccini. I governi e le organizzazioni internazionali si confrontano ormai da mesi sul tema, senza trovare una mediazione.

Cosa propongono gli Stati Uniti
Mercoledì 5 maggio, la rappresentante al commercio per gli Stati Uniti, Katherine Tai, aveva sostenuto che «tempi straordinari richiedono misure straordinarie», invitando gli altri membri della WTO a concordare la sospensione dei brevetti e a unirsi al gruppo di circa 60 paesi che la chiedono dallo scorso ottobre. L’amministrazione statunitense precedente all’attuale, quella di Donald Trump, aveva escluso la possibilità di attuare una sospensione dei brevetti, mentre il nuovo presidente Joe Biden aveva segnalato di essere a favore di una revisione, già durante la propria campagna elettorale lo scorso anno.

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Cosa dice l’Unione Europea
L’Unione Europea finora si era mostrata contraria a intervenire sulla proprietà intellettuale, ma la proposta statunitense ha riavviato il dibattito anche in Europa. Giovedì 6 maggio la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha usato formulazioni caute dicendo di essere interessata a valutare la proposta degli Stati Uniti, ma al tempo stesso ha ricordato che in questa fase la priorità deve essere un potenziamento della produzione e della condivisione: «Nel breve periodo, tuttavia, invitiamo tutti i paesi che producono vaccini a consentire da subito le esportazioni e a evitare soluzioni che ostacolino la catena dei rifornimenti».

Anche senza dirlo esplicitamente, Von der Leyen ha fatto riferimento ai governi che finora non hanno disposto l’esportazione dei vaccini, in modo da aiutare i paesi più in difficoltà con la pandemia o economicamente meno avanzati. Gli stessi Stati Uniti non hanno finora esportato dosi all’estero, se non nel caso di accordi diretti con Canada e Messico per l’anticipo di alcuni milioni di dosi.

Esportazioni
Il presidente francese Emmanuel Macron ha detto di essere «decisamente a favore» della sospensione dei brevetti per i vaccini contro il coronavirus. Il governo francese ha comunque fatto notare in modo più esplicito rispetto a Von der Leyen l’esistenza di una sorta di embargo da parte statunitense: «Desidero ricordare che gli Stati Uniti non hanno esportato una singola dose in altri paesi, e ora parlano di sospendere i brevetti», ha commentato un membro del governo.

Esportazioni dei vaccini (Financial Times)

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Il governo tedesco ha espresso invece un marcato scetticismo sull’opportunità di sospendere i brevetti, ritenendo che un provvedimento di questo tipo otterrebbe difficilmente un voto unanime alla WTO, necessario per entrare in vigore. Un portavoce ha spiegato che: «Tra i fattori che limitano la produzione dei vaccini ci sono le capacità produttive in generale e la necessità di farlo con alti standard, non i brevetti. La protezione della proprietà intellettuale è una fonte di innovazione e deve essere preservata per il futuro». La posizione del governo tedesco riflette quella mantenuta da diverse aziende farmaceutiche, a cominciare da BioNTech, l’azienda tedesca che ha sviluppato uno dei vaccini autorizzati contro il coronavirus e distribuito insieme alla statunitense Pfizer.

Aziende farmaceutiche
Da mesi alcune delle principali associazioni di aziende farmaceutiche dicono di essere contrarie alla sospensione dei brevetti, che a loro modo di vedere costituirebbe un pericoloso precedente per il settore e il modo in cui si sviluppano farmaci e vaccini. Moderna, che produce uno dei vaccini a RNA messaggero contro il coronavirus, già nel 2020 si era impegnata a dare libero accesso ai propri brevetti consentendo ad altre aziende di produrre i suoi vaccini, ma ha più volte segnalato di non avere notizie di produzioni alternative alla propria avviate in altri paesi.

La mancanza di iniziative per produrre il vaccino contro il coronavirus di Moderna è però derivata da numerose altre complicazioni, soprattutto di carattere legale. Se da un lato è vero che l’azienda per ora non farà valere i propri brevetti, dall’altro i vaccini a mRNA e le tecnologie per produrli sono basati su molti altri brevetti che erano stati registrati negli scorsi anni da altri centri di ricerca e produttori. Moderna utilizza alcune di queste tecnologie sotto licenza, quindi altre aziende dovrebbero fare altrettanto in assenza di accordi più ampi a livello internazionale, decisi per esempio dalla WTO.

Oltre ai brevetti di per sé, la produzione di un vaccino richiede comunque un cospicuo trasferimento di conoscenze da parte di chi li ha registrati e ha sviluppato il sistema produttivo. Per questo chi è contrario alla sospensione sostiene che in molti paesi non ci sarebbero risorse e capacità adeguate per produrre i vaccini contro il coronavirus. In realtà, diverse organizzazioni hanno effettuato censimenti per capire se ci siano in giro per il mondo aziende e impianti adeguati: una di queste ha identificato almeno 250 aziende che potrebbero produrre i vaccini, anche nei paesi in via di sviluppo che finora hanno ricevuto pochissime dosi.

Nel caso in cui ci siano motivi di emergenza, i governi hanno la possibilità di sospendere temporaneamente il monopolio dato da un brevetto, se ciò può tradursi in un beneficio per la collettività come migliorare la salute pubblica. La Risoluzione 58.5 dell’Assemblea mondiale della sanità (AMS), l’organo legislativo dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), prevede che durante una pandemia i governi possano attuare tutte le misure necessarie per migliorare la fornitura di farmaci e vaccini, compresa la possibilità di intervenire sull’Accordo sugli aspetti commerciali dei diritti di proprietà intellettuale (TRIPS), lo standard per la gestione della proprietà intellettuale in ambito internazionale.

Un governo ha la possibilità di stabilire una licenza obbligatoria, cioè per poter utilizzare il brevetto anche senza il consenso di chi lo ha registrato. L’articolo 31 del TRIPS prevede che in caso di emergenza un governo possa procedere senza dovere avvisare preventivamente l’inventore, che deve comunque essere aggiornato non appena possibile. Le regole della WTO danno quindi la possibilità ai singoli governi di mantenere una certa autonomia nella decisione sulla sospensione del monopolio.

Le aziende farmaceutiche sostengono che non sia quindi necessaria una sospensione globale dei brevetti, visto che ogni paese può già provvedere autonomamente in casi di emergenza. Il problema è che proprio per la complessità della proprietà intellettuale intorno ai vaccini è difficile che sia sufficiente un’unica sospensione per avere a disposizione le tecnologie necessarie, senza contare le conoscenze per procedere con la produzione. Le licenze obbligatorie comportano inoltre problemi non banali di diplomazia tra gli stati, con i più piccoli e poveri che potrebbero subire sanzioni economiche e l’interruzione degli aiuti dai paesi più grandi e ricchi, interessati a tutelare le loro aziende farmaceutiche.

Altri osservatori ricordano che è grazie al sistema dei brevetti che le aziende farmaceutiche investono grandi quantità di denaro per fare ricerca e sviluppare nuovi farmaci, facendosi carico dei rischi legati ai fallimenti nelle loro ricerche o durante i test clinici. I brevetti assicurano a queste aziende un ritorno economico certo per qualche anno, prima che la proprietà intellettuale scada e il farmaco da loro sviluppato possa essere prodotto da altri, di solito con una sensibile riduzione del prezzo finale.

In diverse circostanze le ricerche sono però condotte grazie a finanziamenti pubblici ingenti, e per i quali è più difficile valutare i ritorni in termini economici diretti e di miglioramento della salute per tutti. Si stima che solo quest’anno Pfizer possa ricavare 15 miliardi di dollari dai vaccini contro il coronavirus, e Moderna fino a 18,4 miliardi di dollari. Secondo gli analisti una sospensione dei brevetti non porterebbe a una marcata riduzione dei loro ricavi, piuttosto alla fine di un regime semi-monopolistico, con benefici sui prezzi anche in vista delle dosi di richiamo che saranno probabilmente necessarie ogni anno.

La contrarietà finora a sospendere i brevetti da parte dell’Unione Europea e degli Stati Uniti, prima dell’inizio dell’amministrazione Biden, era anche derivata da alcune valutazioni sul rischio di perdere l’esclusiva su alcune tecnologie verso la Cina e la Russia, soprattutto per i vaccini a base di RNA messaggero. In realtà, molti dei progressi su questo sistema erano stati raggiunti negli scorsi anni, e attraverso ricerche in laboratori sparsi in diverse parti del mondo. Nel caso di vaccino di Pfizer-BioNTech, inoltre, BioNTech ha già stretto un accordo con la cinese Fosun Pharma per la sua produzione sotto licenza. La Cina ha inoltre in corso ricerche e test clinici per sviluppare proprio vaccini a RNA messaggero.

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Trovare il consenso tra 164 paesi per autorizzare la sospensione dei brevetti da parte della WTO non sarà comunque semplice e richiederà mesi. Nel frattempo, i paesi dove si producono materialmente i vaccini dovrebbero attivarsi per aumentare il più possibile la produzione, aprendo inoltre a nuove iniziative per esportare i vaccini nei paesi in cui le campagne vaccinali non sono ancora potute iniziare su larga scala.

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