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L’Ue collassa sui migranti. E l’Italia adesso è lasciata da sola

Lo scontro sui migranti non si placa. E l’Unione europea, come sempre più spesso accade, si ritrova spaccata e senza possibilità di arrivare alla definizione di una soluzione condivisa e più o meno concreta.

La mossa della Danimarca di approvare una legge che consente il trasferimento dei richiedenti asilo in uno Stato terzo è solo l’ultimo di una lunga serie di episodi che ha messo a nudo le difficoltà europee nel gestire il fenomeno migratorio. L’Italia spinge per una soluzione che sia il più possibile condivisa e tesa alla redistribuzione dei migranti che arrivano sulle coste europee, ma le risposte da parte dei vari governi Ue sembrano andare in direzione contraria o comunque non particolarmente affini a quanto chiesto da Roma.

La verità è che tutti, Italia compresa, pensano a una soluzione che faccia più comodo esclusivamente al proprio governo e al proprio paese. Naturale, verrebbe da dire. Se non fosse però che proprio l’incontro/scontro di desideri nazionali comporta l’inevitabile collasso del sistema Ue, già ampiamente tarlato da anni di mala gestione e incapacità di giungere a un compromesso o  soluzione realmente europee. E se su questioni meno importanti tutto viene bypassato dall’idea che qualcuno dovrà pur rimetterci, sul tema migranti la quesitone si fa evidentemente molto più seria, perché in ballo non c’è solo la convivenza e l’ordine pubblico da mantenere nei singoli Stati, ma anche la rea dei conti elettorali che pesa come un macigno sulla sorte degli esecutivi. Qualsiasi leader si gioca probabilmente la sua rielezione anche sulla capacità di gestire o evitare (ancora meglio per molti) l’afflussi di immigrati entro i confini nazionali. E questo impone scelte nazionali a fronte di un’Europa che continuano interrogarsi senza giungere a una risposta.

Così si arriva alla situazione di stallo che vediamo in questi giorni. Da una parte la Grecia viene accusata di utilizzare armi sonore contro i migranti che tentano di attraversare il confine con la Turchia. La Danimarca approva una legge che di fatto rappresenta una fuga in avanti esternalizzando spontaneamente i controlli delle frontiere addirittura al di fuori dell’Europa. La Spagna sfrutta l’accordo con il Marocco per respingere chi tenta di entrare illegalmente a Ceuta e Melilla senza avere troppe remore anche nell’utilizzo delle forze armate. In Germania, come affermato anche da Matteo Salvini anche attraverso un tweet, Cdu e socialisti hanno appena rifiutato il supporto all’Italia nella redistribuzione degli immigrati clandestini. E per quanto riguarda la Francia, Emmanuel Macron ha candidamente ammesso di non credere che sia vicina una soluzione al prossimo Consiglio europeo e tantomeno in estate, confermando la linea della prudenza in vista delle elezioni del prossimo anno.

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E l’Italia? Mario Draghi continua a martellare sul punto in tutte le sedi europee chiedendo una redistribuzione complessiva. Si parla di ripristino degli accordi di Malta, di solidarietà europea, di investimenti in Africa che pongano fine in radice alla tratta di esseri umani e alla fuga di migliaia di persone: ma quello che si evince da queste settimane di colloqui è che a Bruxelles, Parigi e Berlino l’idea non è quella di accogliere le richieste italiane. A meno che l’Italia non faccia un ulteriore passo in avanti. Come affermato ieri dal Fatto Quotidiano, fonti Ue hanno ribadito la necessità che l’Italia sia “più disponibile e flessibile nei negoziati”, facendo soprattutto riferimento al dato che Francia e Germania accolgono più profughi del Belpaese. Le fonti di Bruxelles probabilmente dimenticano che essere paese di primo approdo impone una serie di obblighi ben diversi, anche a livello di gestione, rispetto a chi non lo è, ma il concetto che trapela dalle cancellerie del Vecchio continente non lascia dubbi: nessuno può aiutare l’Italia senza garanzie che sia per prima l’Italia a farsi carico di chi arriva. Lasciando quindi a Roma il compito di fare da sola.

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